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L'Europa deve tornare a immaginare, non solo a regolamentare.

È una differenza culturale prima ancora che economica.

Luca Tomassini, AI

C’è un dato di fatto che oggi nessuno può più ignorare: l’intelligenza artificiale è il tema dominante del nostro tempo. Non è soltanto una moda tecnologica, né l’ennesima rivoluzione digitale da osservare da lontano: è un’onda che sta ridisegnando in tempo reale la nostra economia, il lavoro, il modo in cui produciamo valore e persino il nostro immaginario collettivo.

E lo so: parlare ancora una volta di intelligenza artificiale potrebbe sembrare eccessivo, quasi ridondante. Ma è inevitabile. Perché questa trasformazione non è un fenomeno passeggero: è un terremoto strutturale. E di fronte a un terremoto, non si può far finta di niente.

Proprio per questo vale la pena guardare con onestà a come il mondo si sta muovendo – e a come, purtroppo, l’Europa continua a inciampare negli stessi errori di sempre.

Mentre gli Stati Uniti e la Cina si lanciano in una competizione senza precedenti – tra investimenti pubblici colossali, startup che bruciano le tappe e aziende che mettono in produzione innovazioni quasi in tempo reale – l’Europa continua a distinguersi per un approccio opposto: più prudente, più lento, più regolatorio.

È una differenza culturale prima ancora che economica.

Una di quelle differenze che si condensano in una battuta amara ma ormai ricorrente: “America innovates, China replicates, Europe regulates.”

E non è certo per mancanza di talento. L’Europa è piena di ricercatori, scienziati, imprenditori di livello mondiale. Il problema non è nelle persone: è nella mentalità collettiva, nella paura strutturale del rischio, nella cultura dell’eccesso di controllo che da decenni soffoca chi prova a creare qualcosa di nuovo.

Negli Stati Uniti l’imprenditore è, per definizione, uno che si lancia, sbaglia, riparte. È la famosa mentalità del cowboy: quella che guarda il rischio negli occhi e ci sorride.

In Europa – e in Italia in modo ancora più marcato – domina l’altra faccia della medaglia.

Una mentalità che potremmo definire la cultura del notaio: quella che chiede certificati, permessi, autorizzazioni prima ancora di capire se l’idea funziona.

Fare impresa da noi spesso significa correre una maratona con uno zaino pieno di pietre: frutto di un sistema fatto da avvocati, burocrati, politici e notai che disegnano norme ancora prima che l’innovazione esista. È un controsenso. Ma è anche la nostra realtà quotidiana.

In questo contesto, l’AI Act europeo è diventato un simbolo. Per molti, una delle leggi “più assurde mai scritte”: un testo pensato più per rispondere a pressioni politiche e mediatiche che per comprendere davvero la tecnologia. Un documento nato con buone intenzioni — proteggere i diritti, evitare abusi, creare fiducia — ma costruito su premesse tecniche fragilissime.

Regolare i modelli in base al numero dei parametri, stratificare i dataset in livelli di rischio, imporre montagne di compliance anche ad aziende che non sfiorano nemmeno la categoria del rischio elevato... significa una sola cosa: non conoscere davvero la materia. Il risultato è una pioggia di obblighi amministrativi che crea più problemi che soluzioni.

Una regolazione “preventiva”, quasi ideologica, figlia di una politica che spesso sembra più interessata ad apparire progressista che a costruire un ecosistema competitivo.

Un classico caso di soluzioni in cerca di problemi.

E allora mi chiedo: da dove possiamo ripartire? provo a dare una risposta. Dall'individuo e dal coraggio.

Superare questo stallo non significa abolire le regole, ma ripensarle. Il primo passo è culturale, non legislativo: serve ritrovare la nostra agency, il senso di autodeterminazione, il coraggio di agire senza aspettare che Roma o Bruxelles risolvano tutto.

L’innovazione nasce sempre da una somma di scelte individuali: da chi decide di rischiare, di investire, di creare qualcosa di nuovo. Non da chi resta fermo chiedendosi cosa potrebbe andare storto. Bisogna tornare a pensare a cosa può andare bene.

Negli Stati Uniti, settore pubblico e settore privato collaborano da decenni. Il governo investe, coordina, orienta. Le aziende eseguono, accelerano, scalano.

In Europa, la distanza tra i due mondi è ancora troppo grande. E troppo spesso chi lavora nelle istituzioni vede l’impresa non come una risorsa, ma come un sospetto: il “capitalista avido” invece che il motore della crescita. Senza collaborazione, però, non si costruisce alcun futuro industriale.

La verità è che i prossimi dieci anni cambieranno il mondo più degli ultimi trenta.

Manifattura, logistica, agroalimentare, scienze della vita, mobilità: ogni settore sarà trasformato da tecnologie basate sull’intelligenza artificiale e sui dati. Il valore generato sarà enorme: parliamo di trilioni di euro.

La domanda — e forse l’unica che conta davvero — è semplice: Chi beneficerà di questo valore? Gli americani? I cinesi? O anche l’Europa?

Se continueremo a tenere tirato il freno a mano, il risultato è scritto. L’eccesso di regolamentazione, anche quando nasce per proteggere i “valori europei”, rischia di garantirci un futuro di spettatori mentre altri costruiscono la partita.

L'Europa deve tornare a immaginare, non solo a regolamentare.

La regolazione è importante, certo. Ma quando diventa difensiva, quando nasce dalla paura di sbagliare, quando soffoca invece di abilitare, finisce per diventare ciò che più temiamo: un freno strutturale alla nostra capacità di competere.

Mentre i nostri concorrenti globali corrono a tavoletta, noi restiamo con il freno a mano tirato, spaventati dall’idea di poter sbagliare una curva. Il rischio? Restare fuori dalla creazione di valore del futuro.

L’Europa non ha bisogno di più paura. Ha bisogno di più immaginazione, più coraggio, più collaborazione e meno carta.

Solo così potremo non solo difendere i nostri valori, ma costruire — finalmente — un pezzo del futuro.

Luca Tomassini 22 novembre 2025
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